È passato un mese da C17 – la Conferenza di Roma sul comunismo. È ancora forte il ricordo di un evento che ha lasciato il segno: migliaia di persone, per cinque giorni di fila, hanno letteralmente invaso i dibattiti, tanto a Esc quanto alla Galleria Nazionale; in migliaia hanno attraversato la mostra Sensibile comune (presso La Galleria Nazionale), alla conferenza connessa. Un successo straordinario, ancora più potente se si concentra l’attenzione sul tema: il comunismo. Una parola dimenticata, offesa, impronunciabile, maledetta, che ancora non smette di attirare l’odio delle penne forcaiole, d’improvviso riconquista la scena. E la scena esplode di corpi, di controversie e di passioni. Un successo che ci impone gratitudine per tutte e tutti coloro che l’hanno reso possibile, dai relatori (tanto delle conferenze che dei workshop) al pubblico, dagli artisti ai tecnici, agli attivisti.

C17 non è stato – e lo sa chi ha partecipato, o seguito in streaming le conferenze – un concerto sinfonico. Le voci sono state tante, diverse, in molti casi contrastanti. C’è stato chi ha insistito sulle istituzione comuniste come alternativa radicale allo Stato e chi, dello Stato, vuole conservare alcune o molte funzioni; chi ha rivendicato la centralità del partito e chi quella dei movimenti; chi ha privilegiato la potenza del capitale (e il suo comando algoritmico sulla cooperazione) e chi quella del lavoro vivo e la sua relativa autonomia. Tutte e tutti hanno chiarito che non potrà esserci comunismo futuro senza primato della differenza e critica radicale dell’identità e dell’universale neutro. Comunque sia, C17 è stato un terreno eterogeneo, spesso dissonante, sicuramente polifonico. Eppure comune. Comune nella ricerca di un orizzonte capace di illuminare, oltre l’evento, lotte e insorgenze sociali. C’è desiderio di pensare in grande, senza arrendersi alle sirene del populismo. Lo ha mostrato la bella assemblea conclusiva, dove ancora centinaia di persone hanno discusso su quanto fatto e cosa fare in futuro.

Proprio l‘assemblea conclusiva, come sapete, ha deciso che il collettivo “C17” non scriverà (da subito) un nuovo Manifesto; si dedicherà, piuttosto, alla stesura di una serie di Proposizioni per un Manifesto a venire. Le dissonanze rimarranno e la scrittura, dopo un primo canovaccio, una versione 1.0, sarà pratica collettiva. A seguito di C17, ci sarà C18 e poi ancora gli anni a venire; altrove, però, non in Italia. Non sarà il festival del comunismo, abbiamo ribadito, ma un laboratorio transnazionale di produzione teorico-politica; in combinazione e risonanza con lotte e movimenti sociali.

Dalle domande – che hanno innervato il dibattito di Esc e della Galleria Nazionale – alle Proposizioni; da queste ultime al Manifesto. Questo il modo di procedere pattuito in un’assemblea che ha visto la partecipazione di centinaia persone e in cui si sono susseguiti oltre trenta interventi. Per favorire concretamente questa scelta ambiziosa, il collettivo “C17” avanza due proposte ulteriori: 1. un laboratorio romano, che vada oltre lo stesso collettivo che ha dato vita alle conferenze e alla mostra di gennaio; fondamentale per elaborare, discutere, implementare, modificare le Proposizioni; 2. a partire dalla versione 1.0 delle Proposizioni, la fondazione di una rivista online transnazionale, spazio comune di confronto, critica, complicazione e rilancio delle Proposizioni. Sul punto 1., presto riceverete aggiornamenti, tramite il sito e il profilo Facebook. Sul punto 2., invece, ancora qualche precisazione. Compito principale della rivista, che potrebbe essere in più lingue, e che ovviamente coinvolgerà tutti i relatori che hanno preso parte alla conferenza romana, sarà quello di traghettare il dibattito sulle Proposizioni verso C18. Altrettanto, però, la rivista tenterà di rafforzare o di approfondire l’immaginazione programmatica e costituente che il comunismo, se colto come «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente», porta con sé.

Non sarà facile, lo sappiamo, ma non può che essere così. Così, se vogliamo essere all’altezza dell’evento che abbiamo vissuto in migliaia, del desiderio che nelle giornate di gennaio si è espresso con forza senza pari, superando tutte le aspettative, ma anche perimetri e identità consolidate. Per farlo, servono dunque processi aperti, continuità organizzativa, molto coraggio. Noi ce la metteremo tutta.

 

Il collettivo “C17”