Chi sono i comunisti?

Chi sono i comunisti oggi? Quale il vettore organizzativo che, per dirla con Marx ed Engels, può favorire la «formazione del proletariato come classe»? Ancora: quale il rapporto tra lotte economiche e lotte politiche? E quali le pretese di una nuova politica economica che metta al centro il Comune? Un’indagine a tutto campo sui processi di politicizzazione, sulle pratiche che innervano o possono innervare questi processi.

1. Nuovo lavoro, nuovi soggetti politici

Secondo il Manifesto di Marx ed Engels, «lo scopo immediato dei comunisti è […] la formazione del proletariato in classe». Poche pagine prima: «le collisioni fra il singolo operaio e il singolo borghese assumono sempre più il carattere di collisioni di due classi. Gli operai cominciano col formare coalizioni contro i borghesi». Consolidare, nella lotta, coalizioni e associazioni (di lavoratori, migranti, disoccupati) è passo decisivo per trasformare il proletariato in classe. Nella scena contemporanea le figure del lavoro e dello sfruttamento si sono moltiplicate, così come si è moltiplicata la forma impresa, facendo saltare in aria le distinzioni di classe così nitide nel XIX e per buona parte del XX secolo. Qual è, allora, il rapporto o la traduzione tra lotte economiche e soggettivazione politica?

2. Far valere gli interessi comuni

Ancora una definizione del Manifesto: «i comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari per il solo fatto che […] essi mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni, indipendenti dalla nazionalità, dell’intero proletariato, nelle varie lotte nazionali dei proletari». L’affermazione della globalizzazione neoliberale sembrava aver reso – così la vulgata degli anni Novanta – il mondo più omogeneo, erodendo confini nazionali e culture d’appartenenza, alimentando a dismisura i processi migratori. Eppure confini e piccole patrie non hanno smesso di proliferare, assieme a xenofobia, muri, deportazioni, fondamentalismi. Cosa significa, oggi, far valere gli interessi comuni contro i perimetri geografici, sociali e sessuali che si infittiscono?

3. La lotta alla proprietà privata

I comunisti lottano contro la proprietà privata borghese. Quest’ultima si presenta come spossessamento (vedi le enclosures) e furto di pluslavoro. Entrambi questi processi, nel capitalismo neoliberale, sono in prevalenza agiti dalla finanza, dalla sua funzione estrattiva che si esprime tanto attraverso le nuove recinzioni – delle commodities, dello spazio urbano, del welfare – quanto attraverso l’indebitamento privato. Si può lottare per il diritto alla città, difendere i servizi pubblici essenziali, pretendere un welfare universale indipendente dalla prestazione lavorativa e dai tradizionali sistemi assicurativi senza, nello stesso tempo, esibire in primo piano l’attacco alla proprietà privata borghese, ovvero contro il Capitale che è sempre rapporto e potenza sociale?

4. Gruppi dirigenti e militanza

Militanza comunista e avanguardia, due nozioni per oltre un secolo equivalenti. Equivalenza fondata, prevalentemente, sulla separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. La fine di questa scissione, che avrebbe potuto assumere la forma del comunismo, si presenta invece nel segno del rafforzamento senza limite delle gerarchie e dello sfruttamento del lavoro vivo. Nello stesso tempo, però, gli sfruttati hanno conquistato saperi, linguaggi, dispositivi tecnici che spiazzano continuamente posture e traiettorie proprie dei gruppi dirigenti e delle avanguardie. I fenomeni sociali e le lotte contemporanee annullano l’equivalenza tra avanguardia e militanza comunista o, piuttosto, si tratta di pensare una nuova articolazione tra avanguardia e movimenti?

5. La conversatio inter pauperes

Il capitalismo contemporaneo mette a valore, senza posa, la soggettività. Condotte, tensioni etiche, linguaggi, relazioni sono strumento essenziale e, spesso, risultato del processo produttivo. Le lotte di classe hanno come posta in palio, sempre più, l’uso della vita, o difendono l’affermazione di nuove forme di vita. Nel tempo in cui la crisi estende e intensifica i fenomeni di impoverimento, di espulsione e declassamento, è possibile una militanza comunista che non sia, anche, conversatio inter pauperes, condivisione delle condizioni di vita e di sfruttamento? Al contrario: è ancora possibile una militanza politica rivoluzionaria di tipo rappresentativo?